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PORTFOLIO

2019 – One hundred bucks and few cents – Rosso 20sette Arte Contemporanea – Roma

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a cura di Fabio De Chirico e Giuseppe Capparelli
testo in catalogo di Edoardo Marcenaro

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Il cento, come la sua parte, ovvero il centesimo, nel mio immaginario coglie l’idea di una pienezza. Finalmente non manca più il soldo per fare la lira! Finalmente abbiamo girato con forza la ruota e mentre il pubblico incitava “Cento! Cento!”, ce l’abbiamo fatta: abbiamo la pienezza, la rotondità ideale di cui l’uno è centesima parte. Ma non è cento: è l’uno ripetuto 100 volte il che è profondamente diverso. Ecco, a scandagliare questa differenza, mi vengono in mente 30 camion carichi di monetine da 5 centesimi utili a Apple come risarcimento di un miliardo da parte di Samsung, o, per essere più aderenti alla realtà, utili unicamente a creare un immaginario forte, dal momento che si tratta di una notizia non vera. Poco importa visto che l’immagine è davvero suggestiva e potente. Lo squilibrio catastrofico dettato da un medium (la monetina da cinque centesimi) che in questo caso torna ad essere messaggio. (…) Sono sei anni che lavoro sul centesimo come parte dell’uno. Adesso sono pronto a fare un grande passo per me, di totale irrilevanza per l’umanità: il salto attraverso lo specchio! Se prima il 100 era ottenuto dalla divisione dell’uno (100 monete da un eurocent = 1 euro) adesso con un dollaro arrivo a cento dollari (1+1+1+1+1+1+1+1+1+1+1+1 etc etc etc… fino a 100). (….)

Il percorso dal centinaio di centesimi verso l’uno, in questa mostra viene invertito. Ogni banconota è uguale ad un’altra banconota. Inevitabilmente deve essere così. Come inevitabilmente ogni banconota deve essere unica ed irripetibile. Toccando proprio i criteri di uguaglianza e unicità delle banconote da un dollaro, ho lavorato sulla frammentazione (che genera poi scarto), e la successiva ricostruzione. Come paradigma di intervento sulle banconote ho usato una griglia. (….) Una mazzetta di banconote da un dollaro con numerazione consecutiva ha fatto da base (100 banconote tagliate a mano in fettucce orizzontali ogni 4 mm) per un intreccio di altre 100 banconote (questa volta tolte alla circolazione per poi essere tagliate verticalmente ogni 4 mm). Con due ne produco una. Diversa, alterata per la serie di variabili che comporta l’operazione eseguita interamente a mano. Ne conseguono banconote molto diverse fra loro. Immediatamente riconoscibili, ma ognuna irripetibile. George Washington cambia la sua fisionomia (quando è riconducibile ad una fisionomia) e se non ha tre o quattro occhi, è una volta pensieroso o turbato, triste o arrabbiato, col naso lungo, la fronte più larga, gli zigomi più in su. È nel vederli insieme, nella totalità, o anche in piccoli gruppi, che questi dollari ammiccano, intrigano, giocano con lo sguardo di chi li studia.”

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2018 – Slipping away – SPAZI APERTI – Accademia di Romania, Roma

slipping away PIOTR HANZELEWICZ

All'inizio ho pensato di dare al progetto un sottotitolo come Slipping on (a thin surface). 
Ho scelto il vetro di una finestra cieca come prisma per concentrarmi sull'estetica delle 
forme, per guardare attraverso, per proiettare il video della rifrazione della luce sull'acqua, 
per disegnare la trama della sabbia pensando alle increspature della sua superficie, della 
superficie dell'acqua. Fondamentalmente si tratta solo di acqua, luce, sabbia, disegni e 
stampe. Ho iniziato ad usare il frottage sul vetro e poi ho lavorato sulla finestra in modo 
molto semplice ed economico, puntando su una delicatezza in punta di piedi. 
In fin dei conti quello che mi intriga nel vetro dell'Accademia di Romania, a prescindere 
dall'anomalia di tre finestre cieche in un corridoio, sono queste increspature che mi fanno 
pensare alle rete neurale ed alle sue sinapsi, alla rete elettrica del sistema nervoso centrale 
che è come l'acqua, come la sabbia e che allo stesso modo tende pian piano a scivolare via,
a dissolversi fino a sparire. 
Ho individuato poi anche una nicchia per installare "ex lunaria annua" (2011-2018), un 
"proiettore/lanterna magica" (con la proiezione dell'ombra dello “scheletro” di una foglia). 
L'installazione è mossa da un approccio e concetto vicini a “Slipping away”: prestare 
attenzione a "Le forme d'arte nella natura" (vedi K. Blossfeldt) in ogni possibile fenomeno, 
ed ecco ancora una rete vitale con i suoi collegamenti che diventa solo forma e poi scala, 
scivola via fino a sparire nella dissolvenza.
Piotr Hanzelewicz, Maggio 2018

ex lunaria annua PIOTR HANZELEWICZ

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2017 – Meanwhile – regardless (tautology and a tale) – 139 Artspace London South Greenwich (UK)

“A toe in the water. Ever so gently. Gentler. The surface is gluey and now we are attached. It has hold of us and if we remove the toe some orb more perfect than a toe could imagine will break off, fly upwards, in light, sparkle, find an abstract moment to hold still and gather itself to descend and fall and with all the force it can muster plummet headlong to the body from which it was stolen and returning the disturbance will ripple in extent to the feintest limits and be perceptible through the whole body of water, be it the ocean, be that possible?

What could be less than this? I am hammering away in a body of fluid dreaming of the conditions in which no disturbance is made. The ultimate is for these words to be entombed with their brethren it was not conceived that your eyes would disturb them.

So began the story in the box. A story in a box was not an original idea but that nobody should ever open the box to see if there is a story in it. Whether this is original or not it is a singular enough fate, and for every time it has ever been attempted we attest that none has interfered with the other. The contents of one box has never found way to the other.

And so this story about a story in a box is a different matter, not the same as a story in a box upon which our mind might focus if we are out of the box, but if the story from the box is out of the box and this is it then all is irretrievable.

The story was put in the box and asked not to be removed, though is some ways it was a treasure in other ways of course it was a fraud, a hoax, the story in the box might well, it is said, be precisely the same as this story written outside of the box, which anyone could attest to the worth of, whether or not a reproduction of it already exists where it might never be read. If it was just the same as this then does it have any value, could it be a treasure, the like of which, in a fiction we are trying to devise, we have already attested, even if the same word for word as this? If no, and this is the same contents inside the box, then this does not change without opening that inside could honestly be a treasure, not the same as this, but a treasure entombed, a secret of being and an ecstasy or anything else the highest of which you can imagine, a treasure inside the box, not the same, but if however upon opening you are now reading these words, the same words as outside the box but having found them through opening the box, you have desecrated the seal only to find the same, what more could possibly have been offered? And telling you that as plainly as I just have could there be such a one as the one who reads these words from the box not from outside, of course not, plainly not.” (Tom Allen)

 

 

 

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2017 – Con cura – 16 Civico (Pescara) a cura di Silvia Moretta

(…) “La cura con cui P.H. si accosta al suo meticoloso lavoro, non si identifica nell’impossessarsi di un atteggiamento scientifico, e accoglie l’errore: nel tentativo dell’esattezza alloggia il limite dell’incognita e dell’inesattezza. Nella realizzazione delle griglie esagonali, dei cerchi dei centesimi “in assenza”, dei quadratini di carta tagliati e ridisegnati e incollati, l’atteggiamento dell’artista è pari all’accettazione della trasformazione della vita, della sua inclinazione naturale al cambiamento, alla rigenerazione cellulare, al deperimento. La trasformazione della materia si attua nella lenta alterazione cui sono sottoposti i centesimi, corrotti con acqua aceto e sale, la cui trasformazione sfugge al dominio del fare artistico. Il sistema visivo creato da P.H. è solo in apparenza quieto: calibrato, certo, ma nel profondo c’è qualcosa che lo anima sovversivamente: rigoli di metallo e colorazioni sonanti o cupe, millimetriche accidentali sottrazioni o addizioni all’interno delle griglie, in un germinare, quasi un brulicare di forme e di rapporti, di assenze e sottrazioni.
Pura, cristallina, è la scultura “Ignoto”, in vetro e stagno brunito. Incontrarla è come tornare alla “terra promessa”, ad un ambiente vergineo, andare al di là del contingente, dei traumi e dei paradossi in cui ogni pensiero critico sulla storia e sui fatti umani è costretto ad incappare. Una scultura che nasce dall’incisione di Dürer, “Melancholia I” (1514), dove il solido è una pietra simbolo della terra, della materia prima, ancora allo stato grezzo, ancora incorruttibile. Ecco il segreto: “con cura, con cura, con cura”. Cura non solo rivolta al fare artistico, ma cura del sé come persona, come essere sensiente, cura del non escludere a priori la possibilità di riconoscersi in un errore, e di vedere nell’errore un valore, della possibilità di cambiare un’idea, di adattarsi, di non ingabbiarsi nel “sistema”. Si pensi al modulor quadrato, che nell’architettura cistercense veniva moltiplicato per divenire funzionale al lavoro dell’uomo, si è invece richiuso su se stesso nell’architettura contemporanea ingabbiando e inglobando l’uomo, la vita, il pensiero. La cura del sé procede dunque di pari passo con il sentimento critico, con l’indagine e l’accertamento del cambiamento, con l’accoglimento dell’accidente. E infine cura, intesa come curatela, una buona curatela, che si fonda sul dialogo, sulla consapevolezza della complessità dell’operazione artistica, sulla lettura del luogo, sulla creazione di relazioni interdipendenti tra la persona, l’arte, gli elementi e i materiali, l’ambiente, la storia.” (dal testo di S. Moretta)

 

 

 

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2017 – Per aquam ad astra – Amaryllis – Curva Pura (Roma) a cura di Michela Becchis
Ogni cosa ne ha bisogno. Si tratta del nome. Che identifica e circoscrive.
Qualcuno tuttavia diceva «Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo». Tentare di raccontare una città partendo attraverso le acque dei suoi fiumi e usando il suo presunto nome segreto.
Specchiarsi dunque in quell’acqua nel tentativo di vedere il cielo stellato contornare la testa di Narciso. La memoria conservata dall’acqua, memoria millenaria che si rinnova nel flusso dei fiumi che vivificano la città. Ma se è una città antica, una città di potere, sarà di certo una città che vive anche della liquidità dei flussi economici, che da un lato nuota nell’oro, con finanziamenti a pioggia, gettiti a fondo perduto, fondi cui poter attingere esattamente come si fa con l’acqua di un pozzo. Liquidi da immettere nei flussi.
L’altro lato della moneta però è anche l’altro lato della città, una moneta (quella da un centesimo) che verrà presto ritirata in una dimensione di oblio che non è più centro, ma non ancora periferia.

 

 

 

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2016 – Intento a cesellare ore morte (“Mezza galera” – residenza nell’ex carcere mandamentale di Montefiascone a cura di Giorgio de Finis)

La cella è una dimensione in cui il tempo è scandito da linee orizzontali e verticali. Tutte le forme si spalmano in una condizione bidimensionale. Ma se la luce proietta su tutte le pareti la grata della finestra accentuando la sensazione di gabbia, è legittimo pensare di invertire il piano costruendo la libertà da dentro la cella. In questo caso “Papillon” crea un ribaltamento e l’ombra della grata viene finzionalmente proiettata sulla bocca di lupo invertendo la direzione della luce.

 

 

 

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Cella” è il video che documenta la realizzazione di un tatuaggio. L’inchiostro è ottenuto da una miscela di urina e fuliggine. Ago e filo di cotone. Si tratta di cinque punti che simboleggiano il detenuto al centro della sua cella. È un quadrato. Di nuovo linee orizzontali e verticali.

 

 

 

 

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E dal quadrato si parte per l’opera che da il titolo alla cella: “Intento a cesellare ore morte (Ordnung muss sein!)”. Un quadratino di carta di dimensioni 4×4 mm diventa paradigma della costruzione di un ordine e traduzione fisica della densità che assume il tempo. Ogni quadratino viene ritagliato prima da un foglio a quadretti e poi incollato su un nuovo foglio in maniera da comporre un nuovo foglio a quadretti. Una sorta di terapia occupazionale in cui i 3200 quadretti complessivi sono come i granelli di sabbia di una clessidra infinita in cui ogni tassello è un istante cui viene dedicata particolare cura ed attenzione.

 

 

 

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2015 – Guardando a Occidente (17 Ottobre – 8 Novembre XVIII Biennale di Penne)

In questo caso il video è un appunto visivo, didascalico rispetto al disegno. Ed in parte è l’inserimento del disegno nel video ad essere didascalico. Il disegno è fatto sulla base della proiezione del video che modifica continuamente le sue linee e forme. La luce diventa fattore determinante nella costruzione dell’immagine. Nel buio iniziale sono poche ed indefinite le linee costruttive dell’immagine e andranno a produrre un “paesaggio astratto”. In piena luce la definizione dell’immagine, pur ottenuta per mezzo di scarabocchi, sarà facilmente leggibile. La luce del tramonto, con i suoi “lance flare” crea un’immagine quasi distopica. Infine, la luce che viene accesa nell’interno dell’appartamento da cui è fatta la ripresa, se da un lato svela i piani (dentro-fuori, luce-buio) attraverso lo specchiamento sul vetro della luce dell’abat-jour, dall’altro produce un’immagine che da sola non restituisce il gioco di specchiamenti di cui sopra. Un braccio di ferro tra due linguaggi sulla sottile ed a tratti invisibile linea di confine tra le possibilità di entrambi (senza dirigersi verso l’animazione) in un gioco tra complementarietà di video e disegno.

 

 

 

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2015 – Host & Guest Lecture – EHP RISD (Roma) (14 Ottobre)

Abstract: Dove si nasconde la differenza tra l’ospite che ospita e l’ospite che è ospitato? Cosa li distingue e cosa li accomuna? Come mai in italiano sono la stessa parola mentre in inglese ci troviamo davanti a due parole distinte? La radice etimologica di ospite è la stessa di ospizio, oste, ostello, ospedale ma anche quello di ostile. Esiste una gerarchia piramidale per sangue o per terra o siamo tutti ospiti sulla terra?

 

 

 

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2015 – TrY (Y route Trebisonda) 7 Ottobre – 30 Ottobre – Perugia

Ciò che fa la differenza per un luogo deputato alla cultura è quanto questo riesca a sostenere nel tempo il tentativo di rigenerarsi mantenendo il passo del proprio cammino, senza tralasciare il gravoso bagaglio che la scommessa culturale comporta.
Spesso camminando ci si trova davanti ad un bivio, dove si deve escludere una strada per percorrere l’altra, altre volte invece le strade confluiscono e chi prima la stava affrontando in solitaria, può ritrovarsi ad avere dei compagni con i quali poter condividere l’idea di questo percorso.
Confrontando le esperienze si animano dibattiti e può nascere uno scambio dialettico che spesso può dar luogo a nuovi importanti stimoli.
Lo storico spazio TREBISONDA di Perugia e SPAZIO Y di Roma si sono incontrati lungo i loro percorsi e questo ha stimolato il reciproco interesse nel far nascere un progetto di scambio tra le due realtà.
Gli artisti di Spazio Y presentano a TREBISONDA un progetto che è un tentativo di riflessione profonda sul concetto di tempo luogo e percorso, proponendosi di percorrere a piedi la strada che li porterà a Perugia, producendo durante il cammino una serie di opere frutto degli incontri e delle suggestioni che nasceranno durante l’azione.
“L’intento è di umanizzare l’azione artistica attraverso un atto fisico, liturgico e trascendentale.
Il cammino diventa una scommessa per cercare o riscoprire una propria disciplina al fine di liberarsi dalle costrizioni dettate dalla società. Proporre a se stessi nuovo materiale per l’inconscio, ormai evirato e normalizzato dal consumo che si è sostituito al desiderio.
Porsi una meta che è equivalente alla partenza, non conoscendo perfettamente il percorso, ma solo immaginandolo, provoca destabilizzazione, ma anche fonte di vigore creativo biologicamente legato all’esistenza.”.
Gli artisti partecipanti Paolo Assenza, Arianna Bonamore, Piotr Hanzelewicz, Laura Palmieri, Ugo Piccioni, Nicola Rotiroti e Germano Serafini, partiranno da Roma in un percorso a piedi che toccherà le tappe di Rieti, Piediluco, Spoleto, Trevi, Assisi e in fine Perugia. I lavori realizzati durante il tragitto saranno presentati il giorno 7 Ottobre nella sede di TREBISONDA.
01 ottobre: Roma – Piediluco 02 ottobre: Piediluco – Spoleto 03 ottobre: Spoleto – Trevi 04 ottobre: Trevi – Assisi poi “Deviazione” a VISOAVISO, Fuseum Perugia 05 ottobre: Perugia TREBISONDA
07 ottobre: inaugurazione mostra a Trebisonda ore 18.00
L’intero percorso sarà documentato dal lavoro video di Lidia Cheresharova

Foto: Germano Serafini

 

 

 

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2015 – Colloquio (Trebisonda – PG)

Il locale caldaie del Centro per l’Arte Contemporanea Trebisonda ospita un posticcio ufficio in cui incontro i visitatori della mostra (circa 5′ ciascuno) ponendo domande sulla mostra e sulle aspettative dovute alla comunicazione della stessa ed invitando ad una riflessione.

 

 

 

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2015 – Lunaria annua (24 Settembre – 25 Ottobre – V edizione Re_Place opera pubblica – L’Aquila)

 

 

 

 

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http://www.re-place.it/2015_replace.html

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2015 . L’artista Piotr H. ascolta storie e scrive sulla sabbia
(6 di sabbia – Spazio Y, Quadraro – Roma)

Operazione relazionale in scala 1:1 . Si tratta di uno scambio immateriale in cui all’artista viene raccontata una storia ed in cambio il fruitore riceve dall’artista una parola, che viene scritta sulla sabbia ed in tale forma donata. Dunque uno scambio immateriale cui viene aggiunto il peso della sabbia.

 

 

 

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2015 – Storia volatile (Naked lights, 18 giugno – Teatro TordiNona – Roma)


Naked lights
performance dal palco e autocombustioni
.serata in due tempi.
Giovedì 18 giugno 2015/ ore 19,30

In antico le lampade erano l’unico strumento di illuminazione dei teatri. Le fiamme costituivano un fattore di rischio e di pericolo non indifferente. Moltissimi teatri, infatti, finirono arsi dal fuoco. Nel 2015 a Roma, presso il teatro TordiNona, Naked Lights, progetto dedicato alle performance, propone un’operazione che ha come fulcro il corpo dell’artista. In un ideale centro della scena, il performer diventa torcia umana, fiamma viva che, come nella corrispondente espressione inglese, “naked lights”, mette a fuoco una costitutiva nudità dell’arte, così da diventare egli stesso corpo emanante. Mentre a teatro l’attore indossa panni altrui, in Naked Lights l’artista si fa opera, offrendo una forma d’arte vera e concettualmente rischiosa, capace di toccare le corde profonde del vissuto umano. Si da vita, così, ad una serata che porta a teatro l’esperimento, la continua imprevedibilità del performer nei confronti del pubblico e del contesto in cui si esprime. Naked Lights ribadisce una separazione usualmente necessaria a teatro, data dal palco e dalla quarta parete, tra attore e spettatori. Per mezzo di questi filtri si indagano nuovi approcci e forme di coinvolgimento del pubblico all’arte visiva contemporanea. Questo progetto riflette in maniera obliqua l’idea del Varietà, nella misura in cui propone artisti diversi tra loro, ognuno dei quali darà dimostrazione della propria ricerca in modo flagrante, proprio come il divampare di una torcia. Il 18 Giugno tutto il teatro sarà animato dall’arte, grazie ad una serie di performance ongoing e happening, anche a carattere musicale, che avverranno negli spazi comuni a precedere il momento in cui il pubblico sarà convogliato nella sala principale del teatro. Un evento all’insegna della convivialità, strutturato come segue:
Primo tempo – Combustioni foyer, sala Strasberg-Giordano, camerini: performance ongoing, happening, musica e drinks
Secondo Tempo – Performance dal palco sala Pirandello
Artisti:

Elena Bellantoni, Tomaso Binga, Lucia Bricco, Simone Cametti, Carlo De Meo, Mauro Folci, Piotr Hanzelewicz, Myriam Laplante, Luca Miti, Pasquale Polidori, Gian Maria Tosatti, Daniele Villa, Daniele Casolino, Mike Cooper, Andrea Lanini, Fabio Orecchini, Branislav Petric, Laura Riccioli, Enea Tomei, Luca Venitucci e gli artisti§innocenti: Petra Arndt, Davide Cortese, Riccardo Frontanelli, Rita Mandolini, Carlo Massaccesi, Armando Moreschi, Franco Ottavianelli, PLM Pacentini, Francesca Saracino, Donato Simone
Naked Lights
Ideazione, cura e logistica
: P.L.M. Pacentini e Ludovica Palmieri
C
ollaborazione: Lidia Cheresharova e artisti§innocenti
Foto documentazione di Vincenzo Monticelli Cuggiò – Video documentazione: E-performance
Grafica: Carlo De Meo
Ringraziando il Teatro TordiNona per l’ospitalità

Teatro Tordinona: Via degli Acquasparta, 16 Roma 00186 Ingresso e pop-corn: 3 €

 

 

 

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2015 – Serci (Arte in Caserma – stazione Metro B Pietralata – Roma)

https://piotrhanzelewicz.files.wordpress.com/2010/10/serci.pdf

Manifestare davanti ad una caserma non si può.
Neanche per ricordare che la caserma, per effetto della legge del 2013, dovrebbe essere destinata (anche) a spazio sociale.
E allora ecco la chiamata aperta che risponde all’inaccessibilità dovuta alle chiusure mentali, organizzative e burocratiche di chi dovrebbe dare nuova vita agli edifici dismessi.
Questi edifici hanno due futuri possibili: rinascere attraverso processi partecipati oppure essere messi in vendita e diventare affari a poco prezzo per finanza e costruttori.
Il recupero degli spazi inutilizzati è, infatti, un’occasione irripetibile di creare lavoro, luoghi condivisi e cultura.
Chiedendo che in particolare grosse caserme e ex depositi passati dal demanio militare al demanio pubblico siano destinate a un uso pubblico (studentati, laboratori, aree di coworking, ateliers d’artisti, luoghi di socialità) non ci si ispira altro che a due articoli di una Costituzione, il 42 e il 43, ormai fin troppo maltrattata.

Così per chiedere, ancora una volta che parte della grande area della Caserma Ruffo, ma anche di altri edifici sparsi in tutta Roma, vengano destinati all’arte e agli artisti, il  Comitato per l’uso pubblico delle caserme ha deciso di invitare le artiste e gli artisti di partecipare a questa battaglia, anzi di condurla insieme e insieme cercando di coinvolgere i cittadini verso una soluzione che non siano ennesimi centri commerciali, ma luoghi di creatività, partecipazione, possibilità per giovani artisti di avere spazi dove lavorare.

Ed ecco quello che è successo in un luogo non luogo come l’uscita della stazione metro di Pietralata con l’obiettivo di coinvolgere, motivare, incuriosire più persone possibili circa questo progetto.
Per immaginare cosa ci potrebbe essere oltre la facciata ed il muro di cinta della Caserma Ruffo si è mossa una
massa critica d’arte.

Fra i partecipanti Citto Maselli, Valentina Di Odoardo, Claudia Quintieri, Piotr Hanzelewicz, Gianni Piacentini, Gabriele Talarico, Daniele Spanò, Nicola Rotiroti, Piotr Hanzelewicz ed altri ancora.

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2015 – Piccole cose di poco conto (studi) (Polarville – 26 Giugno – 16 Luglio L’Aquila)piccole cose di poco contofinissage copy

https://piotrhanzelewicz.files.wordpress.com/2010/10/piccole-cose-di-poco-conto.pdf

 

 

 

 

 

 

 

 

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2014 – Sotto le stelle (Spazio Menexa – Roma)

http://www.spaziomenexa.it/it/event/sotto-le-stelle/

Piotr Hanzelewicz ci fa riflettere che la moneta è uno degli ultimi simboli rimasti. Da questo la moneta ricava una dimensione di doppiezza, che incanta sempre per la sua natura bivalente. Infatti se la moneta ha una dimensione ideale connessa alla possibilità di fare e possedere, d’altra parte ha una materialità e presenta delle soluzioni formali che non possono essere trascurate. Piotr Hanzelewicz interviene quindi dall’esplorazione delle caratteristiche fisiche di questi oggetti. Nascono così le ossidazioni, che ci presentano delle monete stanche del loro rappresentare, e quindi si rassegnano a una cancellazione. Anche le valenze formali sono investigate da Piotr Hanzelewicz, così a causa dell’automatismo funzionale che guida il nostro quotidiano contatto con il denaro, normalmente trascuriamo la sua effigie. Dimentichiamo così che il denaro è popolato di figure, architetture, numeri e simboli. Piotr Hanzelewicz ci costringe e a riflettere su ciò che non vediamo, nonostante stia continuamente nelle nostre mani. In questo modo scopriamo che dietro l’implacabile monumento al valore eretto dalla moneta, ci sono segni la cui irrazionalità e inverosimiglianza è evidente. Allo stesso modo le prodigiose valenze simboliche della moneta non sono dimenticate. Infatti nonostante l’identità tra moneta e potere non sia poi così diretta, viene accettata, al contrario, con spontaneità e naturalezza da tutte le società. La moneta dunque è riconosciuta come emblema di un desiderio che trova immediata realizzazione proprio col suo possesso. In questa mostra Piotr Hanzelewicz giunge a conclusioni che riguardano l’umanesimo più che l’economia. Come l’uomo deve lavorare per dare identità al suo ideale, anche il denaro deve subire una sublimazione per riuscire a rappresentare i nostri sogni. Un’operazione apparentemente semplice come la detenzione e l’uso del denaro suscita così una serie di passaggi mentali, legati alla materia, al possesso e al simbolo, di cui normalmente ci sfugge la portata. Questa esposizione ci invita a riscoprirli. (Paolo Aita)

 

 

 

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2014 – Piegato per i prossimi 10 anni

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“Piegato per i prossimi 10 anni (da aprire in ottobre 2024)” è un’opera spedita al futuro. Uno stato temporaneo in attesa di una prospettiva di collocazione; per adesso piegato. Un foglio di dimensioni 100×70 cm ospita una serie di interventi di ossidazione di rame (ottenute con monete da un centesimo). Viene poi piegato più e più volte (le dimensioni attuali sono 24×35 cm) e destinato ad essere “spiegato” solo tra dieci anni.

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2014 – All’ombra del pavone (Biblioteca del Senato – Roma)

La Biblioteca del Senato ospita, nella sala degli Atti parlamentari, una mostra d’arte di Piotr Hanzelewicz, che ha ideato una serie di interventi riuniti sotto il titolo “All’ombra del pavone”. La mostra, organizzata con la collaborazione e il patrocinio dell’Istituto Polacco di Roma, è curata da Michela Becchis. Le singole installazioni costituiscono la continuazione e anche la parte nuova di un itinerario che l’artista conduce lungo il complesso e difficoltoso rapporto tra il denaro e il tempo. Nel caso di questa porzione nuova di progetto, Hanzelewicz concentra tanto il suo fare quanto il pensiero dell’osservatore sui possibili nessi tra il denaro e il tempo più apparentemente rarefatto che esista: il tempo della cultura. Rarefatto nel senso chimico del termine, cioè che approfitta o dovrebbe approfittare della minore pressione; quella del quotidiano, quella dei bisogni primari, quella dell’economia, quella della finanza. Se questo sia poi vero, è una delle domande che si fanno materia nelle opere esposte e nella grande ombra, volutamente solo immaginata ma realmente calpestata per il tramite di una delle opere in sala, del pavone, animale caro a Giunone e suo simbolo. Simbolo della bellezza della sapienza sì ma, come lo stesso animale lamenta in una celebre fiaba, di una bellezza che o tace o è destinata a essere messa a tacere perché considerata ormai poco affascinante nel suo canto.La mostra sarà aperta da Michela Becchis, curatrice, con un intervento dal titolo Monete belle, false e ludiche. Giochi di denaro nella Roma imperiale. Piotr Hanzelewicz, come previsto dal suo progetto espositivo, presenterà il percorso e guiderà il pubblico. La mostra sarà visitabile fino al 31 marzo 2014.

Presso l’Istituto Polacco di Roma, in via Vittoria Colonna 1, giovedì 13 marzo alle ore 18, nell’ambito degli incontri realizzati intorno alla mostra “All’ombra del pavone“, Paola Di Cori parlerà di “La densità degli oggetti: Annette Weiner nelle Trobriand” e Maria Giovanna Musso parlerà di “Denaro e bellezza“. Al termine le due studiose dialogheranno con Piotr Hanzelewicz intorno al tema dei lavori esposti alla Biblioteca del Senato.

Foto Ela Bialkowska OKNOstudiophotography

 

 

 

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2014 – Quasi un Euro (progetto speciale per MU6 – Artefiera Bologna)

https://quasiuneuro.wordpress.com/

 

 

 

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